Simo*


A me piacciono i ragazzi terra terra

Ieri l’ho rincontrato.
Mi ha fatto un cenno con la mano da lontano e mi ha detto all’orecchio che dobbiamo rivederci prima di giugno.
Non so fino a che punto possa esserci davvero interesse da parte sua. Da parte mia non lo so, perché continuo a dimenticarmelo. Anzi, ieri notte mi sono sorpresa di averlo riconosciuto, visto che il suo volto ancora fatico a memorizzarlo, tendendo a resettare tutto ciò che lo riguarda nel giro di poche ore. E questo fatto la dice lunga sul suo gran carisma e sulla mia memoria che, di solito quando si tratta di memorizzare volti, è praticamente imbattibile. Invece con lui non c’è niente da fare. Quando lo vedo – o meglio quando lui mi vede – mi si spengono le sinapsi e le connessioni cervello/occhi. Gli occhi guardano il suo viso ma in realtà è come se vedessi una nuvoletta sfuocata, come in quelle interviste dove l’intervistato non vuole farsi riconoscere. Anche dopo l’ultima volta che ci siamo visti, ricordavo perfettamente com’era vestito (tutto tutto, compresa la marca della cinta e l’orologio), ma nient’altro.
Perché il mio cervellino rimuove continuamente la sua immagine? Mi vuole forse far capire qualcosa?

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Amici a Cagliari

Non capita tutti i giorni di ospitare a Cagliari un evento (ma è il termine giusto per questo genere di cose!?) così importante. Non capita nemmeno che un ragazzino di Pirri smuova così tanta gente, costringendo alcune anche a levatacce mattutine. Figuriamoci!
E succede che, durante questi avvenimenti (soprattutto quando sono gratuiti), ti capita di imbatterti più da vicino nella caratteristica fauna cagliaritana e non, ovvero quell’essere mitologico altrimenti conosciuto come "gaggio".
Ecco come si presenta il gaggio ideale (ma lo stesso discorso si potrebbe fare per il genere femminile della specie):
- occhiali da sole ultra coprenti, collezione Marocco primavera-estate;
- tatuaggi tribali o lettere gotiche in bella vista;
- cappellino da tennis o, se sprovvisti, capello corto con crestino tutto unto;
- felpa o maglietta aderente smanicata possibilmente con logo e marca scritta a caratteri cubitali;
- jeans stretti o pantaloni possibilmente bianchi che fanno molto 50 cent (o Mondo Marcio);
- ai piedi Nike Shox con colori discreti e minimalisti che vanno dall’arancione ANAS al blu elettrico al giallo evidenziatore.
Ma il vero gaggio, più che nel modo di vestire, si riconosce da come si pone, dall’accento, dal suo gergo e dalle movenze, che, da sole, meriterebbero un intero volume dell’enciclopedia britannica. Mi verrebbe da dire che, più che un modo di vestire, è un modo di essere e di vivere.

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Lezioni di marketing

E anche quest’anno le feste sono giunte al termine. Sono sopravvissuta ai pranzi con i parenti, al cenone e alla baldoria di Capodanno e, infine, ai dolci dell’Epifania. Non so quanto tempo ci vorrà per smaltire gli eccessi di queste due settimane e per riappropriarmi dei miei soliti ritmi. Sinceramente non avevo nessuna intenzione di riprendere la vita regolare di sempre, non mi sarebbe dispiaciuta l’idea di vivere perennemente nei giorni che vanno dal 23 dicembre al 6 gennaio. Anche se, a dirla tutta, se proprio potessi scegliere, preferirei vivere come se fosse sempre estate.

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Quelli dell?Estathè se la tirano


L’idea di dover salire in facoltà a piedi, sotto il sole cocente non mi esaltava moltissimo. In più, in pullman ho incontrato R., appassionato di ciclismo più di me. O, almeno, ne capisce più di me, visto che si entusiasma così tanto per un mezzo di trasporto che, invece, ho sempre odiato sin da piccola. Sono dei presagi che fanno già intuire che i miei programmi universitari presto cambieranno e il pomeriggio prenderà una piega decisamente diversa. Tempo due secondi e il mio autoinvito “ma solo per vedere gli stand e il traguardo, poi però salgo perché si fa tardi e non posso mancare e comunque la gara non mi interessa” farà andare a quel paese la lezione di market and finance. Sotto i portici c’è un sacco di gente vestita di rosa: cappelli rosa, magliette rosa, bandane rosa, traguardo rosa, macchine rosa, gente per strada che vende qualsiasi cosa purché sia rigorosamente rosa. E mi viene il sospetto che il pullman mi abbia portato, non a Cagliari come ogni giorno, ma teletrasportata in un universo parallelo: il magico mondo di Barbie. Rabbrividisco al solo pensiero di poter incontrare un Ken in plastica e ossa, ma faccio mente locale e collego quel tripudio di rosa di tutte le tonalità al Giro d’Italia e alla famosa maglia rosa. Anche se le Barbie non mancano. Le ragazze degli sponsor sono tutte magre, carine – a detta di alcuni addirittura belle – e sembrano uscite tutte dallo stesso stampino e subito penso. Perché la loro controparte maschile non è “attraente” non dico come loro, ma almeno un pochetto? Perché nel 2007 si deve assistere ancora ad una simile discriminazione? Ma soprattutto perché R. non si pone questo problema, ma, anzi, sembra essere attratto dagli stand con le ragazze più carine? Io ignoro semplicemente. Si sa che le donne sono esseri superiori. Spero che Piero Angela indaghi su questi misteri ancora irrisolti e dedichi una puntata speciale di SuperQuark. Il Giro d’Italia, mi rendo conto subito, è un evento, prima che sportivo, di marketing. Gli sponsor sono davvero tantissimi e fanno a gara per regalarti uno dei loro gadget. Tutti tranne quelli dell’Estathè. Per qualche ragione, che sfugge ad ogni logica di mercato e del (mio) buon senso, quelli dell’Estathè si sono praticamente rifiutati di regalarci le trombette. Anzi erano molto infastiditi, come se ci stessero facendo un favore. Alla fine della giornata, sul pullman del ritorno, R. ed io ci dividiamo il bottino, ridendo di quante cose inutili siamo riusciti a prendere. È facile notare come, in situazioni come queste, scatti un meccanismo di accumulazione inconscio di tutto ciò che è gratis e in omaggio. Non importa quanto stupido e quanto inutile sia. L’importante è riuscire a prendere qualsiasi cosa. E a prendere più degli altri. E anche io, contagiata dalla “febbre rosa” decido di comprarmi un cappellino del giro d’Italia, più che altro per non rischiare un’insolazione. Sono le cinque. Il sole picchia alto. C’è talmente tanta gente che non posso muovermi e, anche volendo, non saprei dove andare. Alcune persone, i più atletici e coraggiosi, sono seduti sopra le cabine telefoniche e sopra i chioschi delle edicole. Seguo la gara dal maxi-schermo. Inizio a riconoscere il paesaggio. Sono vicini al Poetto. Finalmente – penso io. Tempo una mezz’oretta e i ciclisti arrivano in via Roma che nemmeno me ne accorgo. La volata finale e l’arrivo sono stati davvero emozionanti. Purtroppo non abbiamo potuto vedere la premiazione. C’era talmente tanta gente che, ad un certo punto, non sapevamo se andare a destra o a sinistra. Alla fine sono stanca, ma comunque non mi sono pentita di essere rimasta fino alla fine. Nonostante la mia repulsione verso la bicicletta. D’altronde non capita tutti i giorni di assistere ad un evento del genere. E chissà fra quanti anni ricapiterà in Sardegna. Fossi stata da sola magari non sarei nemmeno rimasta. Il pullman del rientro è lo stesso dell’andata, ma molto più pieno. Qualcuno suona ancora la trombetta rosa. Io sono distrutta per tutte quelle ore in piedi. Prove tecniche per quest’estate. Nella foto: l’arrivo in via Roma, unica foto scattata con il cellulare
Riferimenti: Guarda il video dell’arrivo su YouTube


Ma io cosa devo pensare?


Personaggi: Io, la mia collega (A.)
Luogo: fuori dalla copisteria, dopo la lezione

Prologo:
Quest’anno hanno cambiato i piani di studi e, in particolare, hanno spostato un esame – Marketing – dal secondo semestre del secondo anno al primo semestre del terzo anno. Chi si è immatricolato l’anno scorso (e dunque quest’anno si trovava al secondo anno) doveva ancora seguire il vecchio piano. Quindi, almeno fino a quest’anno accademico, il corso di Marketing doveva tenersi in questo periodo. Ma ovviamente stiamo parlando della facoltà di Economia di Cagliari, mica di una facoltà qualunque e hanno applicato il nuovo piano di studi per gli anni successivi al primo già da quest’anno. E, sorpresa, sorpresa, Marketing ovviamente non c’è.

Atto Unico:
A: Oggi io e L. siamo andate all’ufficio orientamento a chiedere per Marketing…
Io: Davvero? Io non ho avuto tempo per andarci. Cosa vi hanno detto?
A: Hanno detto che molte persone hanno fatto notare l’errore. Che si sono sbagliati e non se ne sono accorti!
Io: Ah…e cosa fanno questi qui tutto l’anno?
A: ….però hanno detto che possiamo seguire un esame a scelta
Io: peccato che le lezioni di quasi tutti gli esami a scelta siano nel primo semestre. E’ rimasta poca scelta
A: Mi hanno dato un opuscolo. Che ne dici di Geografia economica?
Io: Primo semestre.
A: Storia economica?
Io: Primo semestre.
A: Diritto del lavoro?
Io: Primo semestre.
A: Teoria dei cicli produttivi?
Io: Primo semestre
A: Merceologia?
Io: indovina un po’…
A: Guarda questo semestre c’è organizzazione aziendale?
Io: Stai scherzando, vero?
A: Ci toccherà darlo l’anno prossimo inisieme a tutti gli altri
Io:….
A:….
FINE

Morale della favola: Ma cose le paghiamo a fare le tasse? Ma c’è qualcuno che lavora? Certo, se qualcuno dell’ufficio orientamento mi procurasse una macchina del tempo sarebbe tutta un’altra cosa.


Meno uno….


Fatto! Dato! Già dimenticato! Scusate, ora vado a bruciare il libro e il codice civile.


10 sigarette…


Mercoledì, 20 dicembre

Sono solo le dieci. La mattina di una lunghissima giornata. Prima di salire in facoltà devo andare in banca. Cinque giorni a Natale e mi ritrovo con soli 50 euro nel portafoglio. Troppa gente che aspetta prima di me. Ci rinuncio, magari ci ripasso domani.
Devo salire in facoltà, non posso arrivare in ritardo il giorno dell’esame.
Mi siedo al solito muretto e aspetto con pazienza (molto poca). Prima sigaretta della giornata.
Sono le undici meno dieci e la tensione inizia a farsi sentire. Per spezzarla mi accendo un’altra sigaretta. Seconda sigaretta della giornata.
Sono già le undici e mezza e del professore nessuna traccia. Nell’aula dove dovrei tenere l’orale c’è un altro esame e un professore che sembra Babbo Natale. “Forse ha lasciato la slitta in seconda fila – penso. Ha l’aria di uno che vuole sbrigarsi e che preferirebbe essere ovunque piuttosto che in una stupida aula. Resto fuori. Terza sigaretta della giornata.
Ad un certo punto ci accorgiamo che il professore era già dentro da un’ora buona: stava interrogando altre persone in un’altra materia. Allora entro nell’aula. E aspetto. Meno male che siamo pochi. Dovrei finire per l’ora di pranzo.
E’ quasi l’una e il professore mi chiama: mi fa due domande abbastanza facili, in confronto ai concetti e ai grafici ben più complicati che ho dovuto memorizzare. Mi alza il voto dello scritto e a me resta la soddisfazione di aver riempito un’altra riga nel libretto e di essermi liberata di un altro esame.
Esco fuori. L’aria freddissima mi investe, sento di essere ancora viva e di aver superato una metà della giornata. Sono quasi stordita dal sole. Rinchiusi in una stanza per ore non fà bene.
Mi mangio un panino velocissima, devo correre in biblioteca. Dopo pranzo ci vuole. Quarta sigaretta della giornata.
Mi siedo in fondo alla biblioteca, nel mio posto preferito, un po’ nascosta da tutti, tranquilla. Apro il libro di matematica e ripasso per il prossimo esame che sarà tra poche ore.
La testa mi sta scoppiando. Mi sento stanchissima dall’esame precedente. Tutte le volte che dò un esame, subito dopo mi sento come svuotata. Con un gran mal di testa. Forse è il caso che smetta di ripassare: ormai le cose le so’. Torno al solito muretto giù in facoltà. Quinta sigaretta della giornata..
Manca ancora molto all’esame. Dalla noia inizio a mandare messaggi alle mie colleghe. Per lo più, da parte loro, sono richieste di aiuto per risolvere esercizi di matematica. Io, paziente, rispondo a tutte. Sesta sigaretta della giornata.
Le quattro si avvicinano e inizio a vedere facce conosciute, facce preoccupate per la prova imminente. Purtroppo io ho tutto da perdere questa volta. E questo pensiero non mi consola affatto. Devo fare bene come la scorsa volta o sarà un guaio. Settima sigaretta della giornata.
Arrivano le mie colleghe. Ci scambiamo pareri, opinioni, paure. Sono abbastanza tranquilla, anche se con questo professore ho imparato che non bisogna mai fidarsi. E infatti avevo ragione.
Lo sapevo. Ha messo un esercizio incredibile. Mi sono venute fuori delle cifre assurde. Maledetto. Se non avessi avuto tutto da perdere, me ne sarei andata sbattendo la porta. E invece sono lì. Le due ore passano troppo velocemente e non riesco a finire quell’esercizio maledetto. Lo faccio presente all’assistente, che mi risponde: “Può sempre tentare con l’orale a febbraio!” Per poco non mi esce un: “Ma vaff..” Come se a febbraio non avessi niente di meglio da fare che dare lo stupido orale di matematica. Ho solo tre esami da preparare, cosa vuoi che sia darne anche un quarto???
Staremo a vedere a gennaio…
Esco dall’aula. Sono esausta. Il mal di testa è sempre più forte. Ho un martello pneumatico che mi buca la testa. Sto pure tremando dal nervoso. Incontro la mia collega. Tutte due incazzate. Ottava sigaretta della giornata.
Ci salutiamo e ci auguriamo un buon Natale. Io corro a prendere il pullman, che mi porterà alla conclusione di questa giornata allucinante. E mentre scendo ne accendo un’altra, tanto è il nervoso. Nona sigaretta della giornata.
Il pullman parte con un po’ di ritardo (strano). Chiudo gli occhi. Lascio che il lettore vada da solo.
Un’oretta dopo sono sulla strada di casa. Finalmente ho finito. Nonostante tutto sono sopravvissuta, e ce l’ho fatta. Me la sono meritata. L’ultima. La decima sigaretta della giornata.


Una sera con….


L’autista ha spento le luci. Finalmente posso chiudere per un attimo gli occhi e riposarmi, in questo breve viaggio che mi riporta a casa. Due giorni a Cagliari possono stancare anche una pendolare veterana come me, che conosce a memoria tutti gli orari di tutti i pullman – sia di città che non – e che in 7 anni ha viaggiato in tutte le condizioni atmosferiche possibili e ne ha viste di tutti i colori, davvero troppe per potersi stupire ancora.
Casiniste come poche. Praticamente ci sentivamo solo noi in tutto il locale. E in tutta la casa dello studente di via B. Ieri sera abbiamo riso tantissimo. Anche se le conosco ormai da più di un anno, non ho mai avuto l’occasione di uscire con le mie colleghe – nonché future commercialiste, economiste, impiegate di banca, consulenti di borsa e così via. Io non mi fiderei molto a mettere i miei soldi in mano a noi! O, almeno, ieri sera non eravamo troppo credibili come diligenti e seriose studentesse di Economia.
Come capita per la maggior parte delle amicizie universitarie, ci siamo incontrate per caso. Veniamo da posti completamente diversi. Scuole diverse. Paesi diversi. Eppure ci siamo incontrate.
La prima che ho conosciuto è stata A. L’ho conosciuta il primissimo giorno. Si era seduta affianco a me durante la prima lezione di Economia Aziendale e abbamo cominciato a parlare. E a sederci sempre vicine. Le altre le abbiamo conosciute qualche giorno dopo. E da quasi subito abbiamo cominciato a “fare gruppo”. Qualcuna l’abbiamo persa strada facendo. Quest’anno siamo divise in corsi diversi, ma ci vediamo lo stesso. E le occasioni non mancano.
Ora sono a casa, tra un po’ vado a dormire. Distrutta. Quattro ore di lezione pesantissime. L’unica cosa che voglio è farmi una lunga doccia. E dormire. Domani si rincomincia.

Ieri è stata una bella serata. A testimonianza tante foto. Una più bella dell’altra. E chissà che presto o tardi non si replichi.


Piccola soddisfazione


Una settimana intera assorbita interamente dal libro di diritto privato. Un’altra settimana per riprendermi. Con in più la soddisfazione di essermela cavata anche stavolta[nonostante il casino della prima domanda dovuta a troppa agitazione.] Con un più che dignitoso 28!
Riesco ancora a sorprendermi e ad essere soddisfatta di me stessa, della mia forza di volontà e della mia testardaggine. Ma soprattutto di aver fatto questo piccolo miracolo in una settimana e mezzo.

E adesso mi aspetta il libro di microeconomia in vista dell’esame di luglio.
E da ieri inzia anche il countdown ufficiale per il ritorno a lavoro. Un mese esatto.
E sento che non mi manca niente. Sono una persona fortunata. Sono caduta e mi sono rialzata, togliendomi la polvere. Senza nessuno.
E tra un mese scriverò un nuovo capitolo della mia vita.